Mindfulness in movimento… Feldenkrais!

Prendi “Mindfulness” aggiungi “Movimento” ottieni Metodo Feldenkrais! Di mindfulness si sente parlare o si legge sempre più di frequente come uno strumento per un benessere integrato tra corpo, mente, spirito. Si riferisce alla consapevolezza ottenuta grazie a un’attenzione intenzionale, non giudicante e centrata nel presente sui propri processi psicomotori. La sua origine è molto antica, oltre 2.500 anni, e il termine inglese è la traduzione di “sati”, nella lingua indiana pali, o di “smirti” in sanscrito, che significano “attenzione consapevole”. Conosciuta e praticata in tutto il mondo asiatico da millenni, solo nel Novecento la Mindfulness è stata introdotta nella medicina occidentale per i suoi benefici, come ad esempio nella gestione dello stress e di malattie da esso derivanti o nel rafforzamento delle difese immunitarie. Ancor più recenti sono le scoperte neuroscientifiche riguardo ai cambiamenti funzionali che la Mindfulness produce nel cervello in termini di attenzione, memoria, capacità cognitive, nuove connessioni neuronali, potenziamento dei lobi frontali ecc. Così la definisce lo scienziato che l’ha introdotta nel campo della medicina alla fine degli Annni 70, il dottor Jon Kabat-Zinn, fondatore del Centro Mindfulness per la Medicina all’Università del Massachusetts:

Mindfulness è la consapevolezza che emerge dal porre attenzione intenzionalmente, nel presente e in modo non giudicante, nello svolgersi dell’esperienza momento per momento.

Trent’anni prima Moshe Feldenkrais iniziava a diffondere il suo Metodo e a creare le lezioni collettive di Consapevolezza Attraverso il Movimento che proponevano al mondo occidentale, con largo anticipo sui tempi, il percorso descritto da Kabat-Zinn. Nei 45 minuti di una sessione del Metodo Feldenkrais, dopo un iniziale body-scan in cui già si entra in uno stato di mindfulness, ci osserviamo mentre ci muoviamo, con l’attenzione guidata sui tanti elementi che compongono la nostra azione, entrando così in uno stato di “Mindfulness in Movimento”: il respiro, lo sguardo, i collegamenti tra i segmenti ossei nella trasmissione della forza e la loro relazione con lo spazio, il nostro atteggiamento mentale ecc. E continuiamo a osservarci nelle variazioni sul movimento a cui siamo invitati dalle indicazioni dell’insegnante, variazioni spesso inusuali, a volte perfino spiazzanti per il nostro sistema nervoso. Attraverso questi particolari stimoli sensorimotori esso può imparare nuove risposte, più funzionali ai nostri bisogni. In modo fisiologico, senza alcuna imposizione esterna, bensì grazie a un’autoregolazione, ci sganciamo dai comportamenti automatici e limitanti, liberi di fare scelte più salutari e gratificanti. L’attenzione guidata e l’interesse sul movimento nel suo divenire ci cattura al punto che non possiamo che essere lì, presenti a noi stessi, con un senso di pienezza vitale mentre ascoltiamo le nostre sensazioni, osserviamo i nostri pensieri, accogliamo i moti dell’animo, ci percepiamo nel flusso spazio-temporale. Impediamo così alla mente quel vagare che sperimentiamo nella vita quotidiana, quando il nostro corpo assolve ai soliti compiti, quasi in automatico, mentre la mente è altrove, nel passato o nel futuro, di rado nel luogo dell’azione. Nella pratica Feldenkrais riusciamo invece a dimenticarci della mente, perché essa è tutt’uno col corpo, attiva semplicemente come attenta osservatrice dell’esperienza che stiamo vivendo momento per momento. Non ci sono divisioni, soltanto il corpo-mente che si scopre, si conosce e si riconosce come unità in un’osservazione che al giudizio e alla critica sostituisce la curiosità. E questo ci apre la possibilità di fare nuove scoperte su di noi e portare queste scoperte nel mondo, in una mindfulness che si integra al quotidiano e non stato “altro”, sospeso, rispetto alla vita pratica. E’ questa la peculiarità del Metodo Feldenkrais: il suo stretto legame con i gesti e le azioni che compiamo tutti i giorni. Ogni lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento è costruita su una funzione, come sedersi, allungare un braccio, girarsi, rotolare, camminare… tutti movimenti che iniziamo a compiere con un’attenzione, una consapevolezza e una presenza nuove, in un processo di cambiamento vissuto non come correzione bensì come evoluzione, con un senso di stima e di soddisfazione per le nostre capacità. Perché fare attenzione rende migliori e più felici (Daniel Goleman, “Focus”).

Se vuoi fare un piccola esperienza prova una delle brevi sequenze che propongo nella sezione Risorse gratuite e se vuoi ricevere gratuitamente nella mail altri audio iscriviti alla newsletter di MovimentoSano!

Neuroplasticità e Metodo Feldenkrais

Descrivendo il Metodo Feldenkrais e ho citato spesso la neuroplasticità, un termine ancora poco conosciuto, ma di cui si sente sempre più spesso parlare. La neuroplasticità è, in altre parole, la plasticità del cervello, la sua “modellabilità”. Per molto tempo si è pensato che il cervello fosse plastico soltanto fino all’adolescenza e che poi si stabilizzasse e anzi, deperisse. Alcuni pensatori e scienziati del Novecento, fra cui Moshe Feldenkrais, hanno intuito che la plasticità dura per tutta la vita; studi e ricerche neuroscientifici più recenti lo hanno confermato e stanno a tuttoggi aprendo nuovi scenari nei campi dell’apprendimento, delle abilità fisiche, della medicina. La plasticità è la risposta del sistema nervoso  – il nostro nucleo vitale – nella continua interazione con l’ambiente, laddove ambiente è tutto: i suoni, gli abbracci, il cibo, le superfici di contatto, perfino le malattie. Lo sviluppo del cervello e la quantità di connessioni sinaptiche dipende infatti dagli stimoli provenienti dall’ambiente, quello esterno e quello interno. Va da sé che maggiori saranno gli stimoli sensoriali, maggiori saranno le connessioni mentre, al contrario, la diminuzione o l’assenza di stimoli provocheranno una diminuzione delle sinapsi. Possiamo immaginare il cervello come una rete di strade che si illuminano ogni volta che pensiamo, sentiamo, agiamo. Le strade più luminose – più attive – sono quelle che usiamo di più e corrispondono alle nostre abitudini. Quelle abitudini che ci permettono di agire nel mondo senza dover ogni volta pensare a tutte le componenti dei nostri gesti, come sedersi, alzarsi, camminare, guidare, andare in bicicletta ecc., ma che possono limitarci nell’apprendimento di nuove funzioni o  nel miglioramento delle stesse. Fornire nuovi stimoli, attraverso variazioni ed esperienze, con un’attenzione che permette l’osservazione e la riflessione, ci permette di accendere nuove strade, poiché “Neurons which fire together wire together” (Donald O. Hebb, 1949), cioè i neuroni che scaricano assieme si potenziano reciprocamente. Nel nostro agire quotidiano, ciò significa essere capaci di elaborare nuove – e più adeguate – risposte all’ambiente e alle circostanze, con incremento di flessibilità, abilità, resilienza, creatività e quindi anche benessere integrato e salute. Come scrive il neurobiologo Lamberto Maffei  in “Elogio della lentezza”:

La plasticità è la democrazia del cervello, nel senso della possibilità e del desiderio di cambiare.

Questa possibilità di cambiare è la possibilità di evolvere grazie a un apprendimento continuo, inteso non in senso accademico (acquisizione di nozioni) bensì organico (rielaborazione delle informazioni). Gli scienziati parlano di “ricablaggio” del cervello, o “rimappatura”.  Quelle che oggi sono le scoperte neuroscientifiche più all’avanguardia erano le geniali intuizioni del dottor Moshe Feldenkrais mentre elaborava il suo metodo di rieducazione neuromuscolare, finalizzato a “educare attivamente il cervello ad apprendere nuove risposte, per ottenere un cambiamento dinamico del comportamento” (“Le basi del Metodo per la consapevolezza dei processi psicomotori”).

La magia del Metodo Feldenkrais

Le gambe o le braccia che si allungano, gli occhi che si ingrandiscono, la visione periferica che si amplia, il respiro che si calma, una parte del corpo che si alleggerisce, un movimento prima impossibile che diventa facile, pensieri confusi che si chiariscono e altre simili trasformazioni sono esperienze comuni per chi partecipa alle lezioni collettive del Metodo Feldenkrais; così come chi ha provato una seduta individuale sa che la tensione alle spalle può scomparire dopo che l’operatore ha lavorato sulle dita del piede o che il collo si libera mentre si muove il bacino o, ancora, che una parte dolorante migliora dopo che è stata toccata la parte opposta… strani effetti che sembrano magia, dato che in pochi istanti, con inusuali modalità di lavoro e senza sforzi avvengono grandi cambiamenti e miglioramenti. Magia apparente, perché dietro a essa si celano saldi presupposti scientifici, con una profonda conoscenza dell’essere umano nella sua globalità, inteso come sistema integrato e interconnesso. Che cosa significa? Che Moshe Feldenkrais, fondatore del Metodo che porta il suo nome, già a metà Novecento aveva capito grazie alle ricerche in campo psicologico, cognitivo, neurofisiologico e neuromotorio che siamo esseri “interi” il cui nucleo, il sistema nervoso, è in perenne interazione con l’ambiente e che se vogliamo migliorare il particolare (ad esempio una parte dolorante) dobbiamo occuparci di come funzioniamo nella nostra integrità. Già, ma come funzioniamo? Il punto è che non lo sappiamo e questa scarsa conoscenza di noi stessi ostacola il nostro legittimo e naturale ben-stare. Le lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais ci permettono di conoscerci grazie a un’esperienza che coinvolge tutti i nostri sensi durante il movimento in relazione alle categorie spazio-temporali; un movimento eseguito secondo originali e raffinate strategie che parlano lo stesso linguaggio del cervello, così da innescare un cambiamento neurologico – quindi profondo, radicale, concreto e personale. Questo spiega gli effetti inaspettati e, spesso, sorprendenti, alla fine delle lezioni, senza aver attivato alcuna tensione verso l’obiettivo, cioè senza aspettative e senza le frustrazioni che solitamente ne conseguono. Le oltre mille lezioni concepite da Feldenkrais sono infatti un dialogo del corpo col cervello attraverso il movimento osservato ed esplorato con attenzione neutrale.

Le strategie sono molte e molto diverse dagli approcci  terapeutici o alle tecniche corporee tradizionali, come ad esempio quella del “minimo sforzo” (di cui ho parlato in un precedente articolo) che Moshe Feldenkrais così descrive in Mente e corpo:

Per ottenere l’atteggiamento mentale necessario a ridurre gli sforzi inutili il gruppo viene ripetutamente incoraggiato a fare un po’ meno bene del possibile, nel cercare di essere meno veloce, meno forte, meno aggraziato ecc. Spesso si chiede alle persone di fare del proprio meglio nel senso di fare deliberatamente un po’ meno. Ciò è più importante di quanto non sembri. Infatti, se viene messo in grado di percepire il progresso in uno stato di non tensione, l’allievo ha la sensazione di poter fare meglio, il che induce ulteriore progresso. Con tale atteggiamenteo della mente e del corpo si possono ottenere in venti minuti risultati che richiederebbero altrimenti parecchie ore di lavoro. Un particolare rilievo meritano alcuni movimenti molto piccoli, appena percettibili, di cui faccio ampio uso. Essi riducono in modo straordinario la contrazione involontaria dei muscoli; ad esempio, in pochi minuti, lavorando su un braccio o su una gamba, si riesce a farlo percepire più lungo o più leggero e alla sensazione dell’arto più leggero e più lungo si contrappone in continuazione quella dell’altro che viene avvertito come goffo e impacciato al confronto. Ciò favorisce tra l’altro il passaggio dell’apprendimento dall’azione su cui si è lavorato ad altre azioni, completamente diverse. Il trasferimento di apprendimento è sostanzialmente personale e differisce da un individuo all’altro. Qualcuno può avvertire il cambiamento nel parlare, altri nel modo di prestare attenzione o di osservare.

Un’altra strategia è l’asimmetria, ossia il lavoro su una sola metà del corpo:

in questo caso gli allievi recano con sé due diversi standard del proprio corpo – quello abituale e quello migliore che viene loro proposto e continuano a sentire la differenza finché il lato più goffo non si distende anch’esso. In tal modo essi imparano a lasciarsi andare, per così dire, dall’interno.

Particolarmente sofisticata è la strategia dell’immagine corporea, oggi ampiamente riconosciuta per la sua efficacia in training e terapie, nonché adottata in pratiche di meditazione e di mindfulness:

Altro principio è l’analisi dell’immagine corporea, che viene compiuta in due modi. Il primo consiste nell’indurre una sensazione di lunghezza, ampiezza e leggerezza in un lato del corpo muovendolo realmente, mentre l’altra metà viene portata a percepire la stessa sensazione con la semplice analisi mentale. L’analisi mentale consiste nell’ascoltare e acquisire consapevolezza della diversità di sensazioni della memoria motoria dei muscoli nelle due metà del corpo e della sensazione di cambiamento dell’orientamento nello spazio. Un secondo modo consiste nell’analizzare il corpo da entrambi i lati sin dall’inizio, rivolgendo l’attenzione alla percezione delle distanze fra diverse parti del corpo su un lato e sull’altro.

Si tratta di quello che gli allievi conoscono bene: lo scanning che introduce la lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento e la conclude per permettere di sentire le differenze: sdraiati sul tappetino, gli allievi osservano e ascoltano il corpo su un lato e sull’altro in termini di volumi, appoggi, pressioni, lunghezze. Questa analisi permette di riconoscere nel tempo la propria organizzazione muscolo-scheletrica, individuare le tensioni e le tendenze nell’orientamento rispetto allo spazio, infine osservare i cambiamenti in atto grazie alla pratica del Metodo. Un’altra strategia, frutto di un’intuizione preziosissima, è quella del tempo tra la fase preparatoria all’azione e l’azione stessa:

In tutti gli atti volontari due fasi si susseguono così rapidamente che è difficile percepire il lasso di tempo che intercorre fra l’una e l’altra. La fase preparatoria è la mobilizzazione dell’atteggiamento corporeo necessaria per compiere l’azione. La seconda fase è il compimento dell’azione. dal momento che vi è un intervallo di tempo minimo fra queste fasi è possibile imparare a inibire o a potenziare per scelta la mobilizzazione preparatoria. Quando vi è scelta, possiamo o completare l’azione o impedirla e annullare così l’i’ntero atteggiamento preparatorio. Nella lezione si chiarisce il lasso di tempo fra l’atteggiamento preliminare all’azione e il suo compimento. Tale chiarificazione o consapevolezza migliora la scioltezza e il controllo volontario dei movimenti.

51aHN5KIdtLQueste e altre strategie fanno del Metodo un approccio sofisticato e all’avanguardia alla salute umana, le cui potenzialità sono a mio parere ancora da approfondire per le risorse che ci riservano, tra l’altro di recente riconosciute da scienziati di fama mondiale. Ricordo fra tutti Norman Doidge con il suo libro The Brain’s Way of Healing ora tradotto italiano con il titolo Le guarigioni del cervello che dedica al Metodo Feldenkrais due interi capitoli e parte di un terzo. Per chi ne volesse un “asssaggio”, può leggere l’articolo “Nata senza una parte del cervello…” in cui ho tradotto un paragrafo importante prima della traduzione ufficiale del libro.

Ricordo che per esigenze e domande puoi contattarmi per una consulenza gratuita telefonica o su skype e se vuoi provare brevi estratti delle lezioni puoi curiosare nella sezione “risorse gratuite” oppure iscriverti alla newsletter per ricevere lezioni audio nella tua casella di posta.

Feldenkrais e il cervello

Pubblichiamo l’interessante articolo di Roger Russell su quello che succede al cervello in termini di processi neurologici durante una lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais:

Il nostro cervello è incredibilmente complesso, intrecciato con le abilità del nostro corpo in modo complicato. Coordina i  nostri movimenti, le sensazioni, i sentimenti e l’apprendimento. In una vita di esperienza che si imposta sugli intrecci dinamici del nostro sistema nervoso, emerge il senso di chi siamo e di chi possiamo diventare. Mentre elaborava le sue lezioni di movimento, davvero uniche, Moshe Feldenkrais riconobbe che il senso di noi stessi – la nostra autoimmagine – si costruisce attraverso la nostra esperienza di movimento. La consapevolezza del nostro movimento può portarci a scoperte sorprendentemente piacevoli su come possiamo muoverci con competenza e grazia.

Come funziona una lezione Feldenkrais? La nostra risposta è nel capire come il nostro cervello orchestra il nostro movimento. Usando la metafora della “cascata di coordinazione” vedremo come le lezioni Feldenkrais impattano su tutti i livelli del nostro sistema nervoso. Dalla corteccia prefrontale al midollo spirale, le lezioni migliorano la coordinazione motoria e affinano il senso che abbiamo del nostro corpo. La corteccia prefrontale è il più alto centro neurofisiologico per la programmazione del nostro comportamento. Quando iniziamo un’azione, la corteccia prefrontale coopera con altri centri del cervello per regolare:

  • l’identità del corpo,
  • gli aspetti sociali del nostro comportamento,
  • la flessibilità comportamentale e la regolazione emotiva.

Le lezioni Feldenkrais impattano su questi processi di alto livello neuropsicologico. Attraverso performance affinate, una maggiore fiducia e una più profonda connessione con il nostro nucleo umano, sperimentiamo crescita personale, resilienza e salubre vitalità. Il sistema limbico è il centro emotivo del nostro cervello. Esso imprime una sensazione emotiva alla nostra esperienza e ai nostri progetti: curiosità, paura, piacere, vergogna o rabbia. Le lezioni Feldenkrais ci aiutano ad affinare un agile equilibrio tra ragione e sentimento. Sperimentiamo pazienza e un auto-rispetto vitale. Ci si sorprende a scoprire come l’esperienza della lezione Feldenkrais influenzi ciò che crediamo essere un processo emotivo inconscio. L’attenzione  orchestra il ritmo delle operazione del nostro cervello, orientando quali centri cerebrali sensorimotori sono impegnati nell’azione. Durante le lezioni si scopre come la direzione consapevole dell’attenzione sia così vitale per la nostra vita, scoprendo al tempo stesso una nuova capacità, quella di una curiosità flessibile.

Nella pianificazione dettagliata dei nostri movimenti sono coinvolti due cicli di attività che connettono molte parti del cervello. Queste reti agiscono tra la corteccia premotoria, il ganglio basale e il talamo – che si trovano in una zona profonda all’interno del cervello –  e il cervelletto, per tornare alla corteccia motoria. La sequenza di movimenti in ogni lezione Feldenkrais permette al nostro cervello di programmare movimenti migliori. L’ampiezza, la direzione, la forza e la velocità di ogni schema di movimento viene perfezionato per un’azione di successo. Si sperimenta una immagine corporea affinata che si può utilizzare per tutto ciò che facciamo e la raffinatezza ci sorprende nella vita quotidiana. La nostra programmazione motoria avviene attraverso un complesso sistema di percorsi neurologici che hanno origine nella corteccia motoria. Quando i messaggi neurologici viaggiano lungo questi percorsi e raggiungono i centri motori del midollo spinale nel tronco encefalico, che influenza i muscoli della nostra testa, del tronco e delle anche, così come della faccia e della voce, essi vengono inseriti nel piano del movimento. I centri nel talamo, nel tronco encefalico e nel midollo spinale sono ”centri di rilassamento sensoriale”. Essi influenzano l’elaborazione delle nostre sensazioni fisiche. Questi centri sono influenzati dai percorsi che hanno origine nella corteccia sensoriale e in altre parti del cervello. In modo sorprendente il processo di consapevolezza delle lezioni Feldenkrais aiuta a preparare questi passaggi e a dirigere il loro utilizzo per un’azione efficace. Dal midollo spinale ai muscoli, ogni segmento del midollo spinale regola l’attività di specifici muscoli.  Le lezioni Feldenkrais ci permettono di ottimizzare l’impiego di questi centri per muovere la nostra intera muscolatura e il movimento diventa agile, efficiente, sano. Ogni passo della “cascata di coordinazione” include il cerchio multiplo di feedback, una fondamentale caratteristica del sistema nervoso. Il processo di consapevolezza che viene messo in moto durante ogni lezione Feldenkrais assicura la più alta efficienza di questi processi di feedback Recenti teorie e ricerche filosofiche e scientifiche ci spiegano come il cervello usi questi feedback per coordinare in modo preciso le nostre azioni allo scopo di soddisfare i nostri bisogni. Ogni lezione Feldenkrais migliora la nostra vita impegnando le naturali risorse che sono più facilmente disponibili per noi: la ricca plasticità della nostra “neurologica cascata di coordinazione” è un regalo della nostra eredità evolutiva. In confronto alle sfide che affrontiamo in un  mondo stressante, le lezioni Feldenkrais ci abilitano a raffinare continuamente la nostra coordinazione e la nostra sensibilità corporea. E così ci muoviamo in modo efficiente ed elegante. Ogni successo rafforza ed espande la nostra autoimmagine che diventa la base per la nostra azione successiva. (Traduzione non ufficiale a cura di MovimentoSano).

Roger Russell

Roger Russell è stato allievo diretto del dottor Moshe Feldenkrais. E’ diventato insegnante del Metodo nel 1977. Attivo nell’ambito della ricerca e in progetti relativi alla sclerosi multipla, così come allo sviluppo motorio del bambino, è autore di numerosi libri e articoli. E’ direttore del Centro Feldenkrais di Heidelberg.

 

 

Il tuo corpo sei tu

Un corpo-immagine, un corpo senza carne. E’ il paradosso odierno nell’ideale del corpo diffuso dai media, che ci spingono verso pratiche, prodotti, trattamenti, terapie e interventi per avvicinarci il più possibile al modello proposto. Un corpo considerato fondamentale per l’immagine sociale – essere accettati, rispettati, apprezzati, desiderati e desiderabili – ma da cui ci estraniamo nell’accezione di organismo vivente nelle sue espressioni fisiche, emotive, psicologiche. Il paradosso sta nel fatto che questo corpo così esaltato come immagine ideale, non lo si conosce, non lo si ascolta, non lo si abita. E così si vive spesso dissociati dal proprio corpo, per poi identificarsi in alcune sue manifestazioni – come il dolore – e in alcune parti – di solito quelle doloranti o che non piacciono. Come se il corpo non fosse un insieme, ma parti assemblate; come se non fosse la manifestazione dell’intero nostro essere, ma un abito prestato e, il più delle volte, scomodo. Ma noi non siamo la nostra sciatica, la nostra periatrite, il nostro alluce valgo, la nostra dislessia, la nostra scoliosi, noi siamo un sistema vivo, organico, intelligente, che interagisce con altri sistemi. Un sistema autoregolato in grado di identificare e di sussurrare i disagi, ma che poi è obbligato a urlarli se inascoltato.

In Occidente, limitati dalla dualità corpo-mente di matrice cartesiana, fatichiamo a considerare il corpo nella sua unità funzionale con la mente, che è poi la base del nostro sé, della nostra coscienza: “c’è un legame forte e permanente tra le zone del cervello che regolano il corpo e il corpo stesso… noi generiamo la mappatura del corpo che fornisce le basi del sé e si manifesta sotto forma di percezioni. Non potremmo avere una mente cosciente se non ci fosse interazione tra la corteccia cerebrale, il tronco encefalico e il corpo.” (Antonio Damasio, neuroscienziato). Si tratta dell’unità oggettiva e funzionale tra il corpo e la mente dichiarata da Moshe Feldenkrais oltre mezzo secolo prima delle ricerche che oggi dimostrano come le capacità del cervello siano influenzate dai sistemi sensorimotori.

Si tratta di cambiare paradigma e comprendere, facendone esperienza, che il corpo vivente – il soma – è la base del sé: il corpo siamo noi nell’unità funzionale con il nostro cervello, quindi con le nostre sensazioni, le emozioni, i pensieri, i sentimenti ed esso diventa la manifestazione concreta del nostro modo di muoverci nel mondo e nella vita. Vivere alienati dal proprio corpo significa quindi vivere alienati da sé, perché se non si abita il corpo, se non lo si ascolta e non lo si rispetta, non si può nemmeno sapere che cosa si desidera per sé, che cosa ci fa bene, di che cosa abbiamo bisogno e come prendercene cura. E se non ci abituiamo ad ascoltare e a prendere in considerazione i messaggi del corpo – del nostro essere autentico – rischiamo di passare la vita a delegare ad altri la nostra salute, le scelte per il nostro benessere, in ultimo la nostra felicità: specialisti ed esperti che secondo noi sanno come curare il nostro corpo dimenticato e disincarnato. Come scrive la collega Lea Kaufman nel suo libro “Apoderate de tu cuerpo”, quando invece ci riappropriamo del nostro corpo ci riappropriamo di noi stessi, della nostra autorevolezza, perché impariamo ad riconoscere le sensazioni, a leggere le percezioni, fidandoci di noi, in una consapevolezza incarnata: “Quando la tua attenzione è focalizzata sul tuo corpo, questo, per se stesso, inizia a lavorare meglio. E la cosa meravigliosa è che i cambiamenti che senti si verificano nel tuo cervello.”

Non miglioro il cervello, ne miglioro l’uso

“Quando comincio a lavorare con qualcuno non mi passa mai per la testa che non funzionerà perché la cosa in cui io ho un assoluta fiducia, più di qualsiasi altra cosa, è … la perfezione del cervello umano. Alcuni giorni fa un medico mi ha intervistato e mi ha chiesto: “Cosa fai con le persone? Tu… migliori il loro cervello?” Ed io ho pensato che fosse un’idea alquanto ridicola. Se Dio o l’evoluzione non migliorano il nostro cervello…, non ho trovato mai nessuno che abbia detto che il nostro cervello non sia abbastanza buono. E, ovviamente, forse si evolverà ancora, diventerà migliore… ma io non miglioro cervelli. Ne miglioro il funzionamento, miglioro l’uso del cervello, questo si, ma… migliorare il cervello? Chi può migliorare il cervello? Chi avrebbe il coraggio di pensare che può migliorare la creazione più meravigliosa che c’è sulla terra? Quindi non potete migliorarlo, ma potrete trovare persone che possono apprendere, cambiare il modo che hanno di usare il loro cervello.” Così Moshe Feldenkrais, nell’agosto 1981, durante il training che conduceva ad Amherst, nel Massachusetts. Circa trent’anni dopo la neuroscienza scopre che, contrariamente a ciò che si pensava, il cervello ha l’abilità di modificarsi durante l’intero arco della nostra vita e può recuperare funzioni apparentemente perdute. Questa abilità si chiama neuroplasticità e significa nuove connessioni neuronali, aumento delle sinapsi e generazione di nuove cellule (anche in età adulta!). Un presupposto che ci porta a un passaggio concettuale dell’essere umano da sistema biomeccanico a sistema intelligente, per la precisione un sistema di intelligenza integrato cervello-corpo, in cui il corpo può insegnare alla mente. E questo significa ottenere cambiamenti radicali ed efficaci nel tempo, in quanto individuali, concreti, tangibili, autentici. I vantaggi? Puoi uscire dall’automatismo che spesso porta alla malattia e all’infelicità (dolori cronici, stanchezza, tensioni, insonnia, insofferenza…) o che non ti permette di attingere a tutte le tue risorse (capacità intellettive, artistiche, atletiche ecc.) scoprendo nuovi modi di agire, più efficaci, più comodi, più armoniosi. Le tensioni muscolari, infatti, non soltanto ci limitano nei movimenti, ma ci estraniano anche dalle sensazioni. Per allentarle, devono essere innanzitutto riconosciute, mentre il più delle volte ne siamo inconsapevoli e continuiamo ad agire in automatico, ostacolandoci senza nemmeno rendercene conto, per poi dare la colpa o la responsabilità ad altro (il lavoro, le relazioni familiari, la convinzione di non essere capaci ecc.). Ma se diventiamo consapevoli di ciò che facciamo realmente, e non di ciò che pensiamo di fare, possiamo vivere il qui e ora con affinata sensibilità per i nostri pensieri e stati d’animo, i desideri e i sogni, con effetti “a cascata” su tutte le scelte del quotidiano.

 

 

Nata senza una parte del cervello, oggi Elizabeth è laureata e sposata grazie al Metodo Feldenkrais

“Ballerà al suo matrimonio”, disse Moshe Feldenkrais di una bambina a cui mancava una parte del cervello che i medici avevano condannato con una tremenda diagnosi. E così fu. Lo racconta nel suo bestseller “The Brain’s Way of Healing” il neuroscienziato Norman Doidge. In attesa che questo prezioso libro sia pubblicato nella versione italiana, ho tradotto il paragrafo relativo a questo straordinario racconto, a dimostrazione del potere della neuroplasticità (abilità del cervello di modificarsi) e delle potenzialità umane n termini di salute, benessere, felicità in qualsiasi condizione un individuo si trovi. E’ un racconto toccante, commovente, emozionante, che ci riempe di speranza.

Dal libro “The Brain’s Way of Helaing”, Norman Doidge:

L’approccio di Feldenkrais può cambiare radicalmente la vita anche di persone nate senza  parti importanti del cervello, facilitando la differenziazione nelle restanti aree del cervello. Elizabeth, che ho intervistato, era nata senza un terzo del cervelletto, una parte del cervello che aiuta a coordinare e a controllare la sincronizzazione del movimento, il pensiero, l’equilibrio e l’attenzione. Senza cervelletto una persona ha difficoltà nel controllare tutte queste funzioni mentali. Il cervelletto è all’incirca delle dimensioni di una pesca ed è nascosto sotto gli emisferi cerebrali, verso il retro del cervello. Benché occupi soltanto un 10% circa del volume del cervello, contiene quasi l’80% dei neuroni cerebrali. Il nome tecnico per la condizione di Elizabeth è “ipoplasia cerebellare” e ai tempi di Feldenkrais non era conosciuta alcuna terapia che potesse cambiare il corso della malattia.

Quando Elizabeth era nell’utero, sua madre si era accorta che poteva esserci qualche problema, perché la bambina si muoveva poco. Quando Elizabeth nacque, non muoveva gli occhi, che tremolavano soltanto e non erano correttamente allineati. A un mese, raramente seguivano un oggetto. I suoi genitori erano spaventati dal fatto che la bambina potesse non essere normale. Quando crebbe, fu chiaro che ella aveva un problema di tensione muscolare. A volte era molto floscia, a indicare una debole tensione muscolare, altre volte la tensione era eccessiva e i suoi movimenti risultavano spastici, non volontari e non esplorativi. Fu sottoposta a tradizionali trattamenti di fisioterapia e di terapia occupazionale, che erano molto dolorosi per lei.

Quando Elizabeth ebbe quattro mesi, il direttore neurologo pediatrico del principale centro medico della città in cui viveva la famiglia eseguì un test dell’attività elettrica del suo cervello. Egli disse ai genitori di Elizabeth che “il suo cervello non si era più sviluppato dalla nascita in poi e che non c’era alcuna ragione per pensare che potesse svilupparsi in futuro.” La maggior parte di questi bambini mostrano deficit persistenti e allora (Anni 70) si credeva che il cervelletto avesse una plasticità limitata. Il medico disse inoltre loro che la condizione di Elizabeth era simile a quella della paralisi cerebrale e la sua previsione fu che non sarebbe mai stata in grado di stare nella posizione seduta, che sarebbe stata incontinente e che avrebbero dovuto affidarla a un istituto. Sua madre, quando l’ho intervistata, si è ricordata che egli disse “Il meglio che possiamo sperare è che si tratti di una condizione di profondo ritardo.” I medici di Elizabeth stavano descrivendo quella che era la loro esperienza con bambini simili, i quali avevano ricevuto trattamenti convenzionali, gli unici che essi conoscevano. Nonostante queste notizie, i suoi genitori non abbandonarono la ricerca di terapie alternative e di aiuto. Un giorno un amico, un chirurgo ortopedico che era venuto a conoscenza del lavoro di Feldenkrais, disse loro “Questo tipo può fare cose che nessun altro riesce a fare.” Quando essi seppero che Feldenkrais stava arrivando da Israele in una città vicino alla loro per insegnare a professionisti – una delle sue attività principali negli Anni 70 – gli chiesero un appuntamento.

Quando Feldenkrais incontrò Elizabeth per la prima volta, lei aveva 13 mesi e non era in grado di strisciare né di gattonare (lo strisciare precede il gattonare e significa avanzare sulla pancia). Ella era in grado di eseguire un solo movimento volontario: rotolare su un lato. Alla sua prima lezione di integrazione funzionale, non riusciva a smettere di piangere. La bambina aveva avuto numerose sessioni con terapisti che cercavano di farle fare cose per le quali non era pronta. Molti terapisti avevano insistito nel cercare di farla stare seduta, fallendo. Quando i corpi dei bambini sono spastici, questi movimenti sono per loro molto dolorosi, fino a farli piangere.

Secondo Feldenkrais, questi tentativi di scavalcare le tappe dello sviluppo sono un grave errore, perché nessuno ha mai imparato a camminare camminando. Occorre che siano assorbite altre capacità perché un bambino sia in grado di camminare – capacità alle quali un adulto non pensa e che non ricorda di aver imparato a sua volta, come l’abilità di inarcare la schiena e sollevare la testa. Solo quando tutti i tasselli sono al loro posto, un bambino può imparare a camminare spontaneamente. Feldenkrais si accorse che Elizabeth non riusciva a stare sdraiata comodamente sulla pancia e che quando era sulla pancia non riusciva ad alzare la testa.

Egli notò che il suo lato sinistro era in uno stato di spasmo totale, irrigidendo i suoi arti. Il suo collo era molto rigido, provocandole dolore. Il fatto che l’intero lato sinistro era spastico indicava che la sua mappa cerebrale relativa a quel lato era indifferenziata, anziché essere composta dalle centinaia di aree che l’avrebbero messa in grado di elaborare differenti tipi di movimento. Feldenkrais la toccò, con grande delicatezza, sul tallone d’Achille e comunque per lei era un tale tormento che egli capì che la prima cosa da fare era di risolvere questo dolore: doveva mettere il cervello in condizioni di poter apprendere.

“Dopo che Moshe la esaminò,” ha ricordato il padre, “mi disse: ‘la bambina ha un problema e posso aiutarla.’ Mi apparve sicuro. Mia moglie gli chiese di spiegarsi e lui iniziò a portare il piede di nostra figlia verso la caviglia e a piegarlo indietro e, prendendo le mie dita per appoggiarle sul tallone d’Achille, disse ‘Non può strisciare perché ha dolore se piega la gamba. Se ammorbidiamo questo punto, vedrà che potrà piegare la gamba. E quando faremo questo – ammorbidire i muscoli – l’intero suo comportamento cambierà.’ Presto Elizabeth fu in grado di gattonare. La volta successiva in cui Feldenkrais la vide, con lui c’era una delle sue giovani allieve, Anat Baniel, una psicologa clinica e figlia del suo intimo amico Avraham. Feldenkrais chiese a Baniel di tenere Elizabeth durante la lezione. Lui la toccava gentilmente per insegnarle a differenziare semplici movimenti. Elizabeth si faceva attenta, era coinvolta e felice. Feldenkrais delicatamente teneva la sua testa e la spingeva su e avanti, molto lentamente e con gentilezza, in modo da allungare la sua colonna. Di norma questo movimento provoca un naturale arco nella schiena, facendo ruotare in avanti il bacino – una reazione che accade normalmente quando una persona è in piedi. Lavorando con bambini affetti da paralisi cerebrale e altri non in grado di camminare, egli usava spesso questa tecnica per coinvolgere il bacino e farlo ruotare di riflesso. Ma quando provò con Elizabeth, Baniel non sentì alcun movimento. Il bacino della bambina era inerte. Allora Baniel decise che, mentre Feldenkrais tirava dalla testa, lei avrebbe gentilmente fatto ruotare il bacino di Elizabeth. All’improvviso ci fu movimento nella colonna e nel corpo spastico, chiuso e inerte di Elizabeth ed essi continuarono gentilmente a muovere la sua colonna più volte; dopodiché, provarono sottili variazioni del movimento. Alla fine della sessione, Baniel riportò Elizabeth da suo padre. Di solito, una volta fra le braccia del padre, la bambina si afflosciava su di lui, non avendo la capacità di controllare la testa. Ma questa volta lei inarcò la schiena, portò indietro la testa e poi si portò avanti più volte, posizionandosi di fronte al padre. I sottili movimenti che Feldenkrais e Baniel avevano fatto, avevano risvegliato l’idea di questi movimenti nel cervello di Elizabeth, dove si erano instaurati. Ora Elizabeth era in grado di muovere i grandi muscoli della colonna e della schiena in modo volontario, con un senso di piacere.

C’era ancora molto di cui preoccuparsi: Elizabeth era profondamente disabile e portava il carico di una diagnosi tremenda. Feldenkrais vedeva che i suoi genitori erano chiaramente preoccupati per il suo futuro. In genere in tali casi egli non era di molte parole. Ma Feldenkrais non giudicava il cervello di un bambino nello stadio evolutivo in cui il bambino si trovava, bensì dalla possibilità di apprendimento del bambino una volta dati gli stimoli appropriati per quello stadio e quella volta si pronunciò: “E’ una bambina intelligente,” disse, “ballerà al suo matrimonio.”

Feldenkrais ritornò in Israele. Negli anni successivi i genitori di Elizabeth fecero di tutto per portargliela ogni volta che fosse possibile. Gliela portarono in stanze d’albergo quando egli veniva negli Stati Uniti o in Canada e andarono in Israele tre volte per incontri giornalieri nello studio di Feldenkrais per due o quattro settimane consecutive. Quando Feldenkrais compì 77 anni, si ammalò mentre si trovava in una cittadina svizzera.  Perse conoscenza e i medici scoprirono che aveva un’emorragia cerebrale. [….]

Alla fine dei suoi 70 anni e ammalato, egli si occupò sempre di più dei bambini che gli arrivavano da Baniel. Baniel via via si prese cura di Elizabeth, volando da lei per periodi di tre settimane, dandole lezioni quotidiane. Elizabeth la vide a intermittenza per anni e i suoi progressi si velocizzarono.

Oggi Elizabeth ha trent’anni e ha due lauree. E’ piccola e ha una voce dolce. Cammina e si muove con tale facilità che per un osservatore è impossibile pensare che un giorno le era stato diagnosticata l’immobilità per tutta la vita in un istituto, affetta da grave ritardo mentale. “Moshe,” mi ha raccontato Elizabeth, “disse a mio padre che quando avrei avuto 18 anni nessuno avrebbe potuto immaginare quello che era successo.” Lei ricorda piccoli flash delle visite in Israele, “mi ricordo Moshe, i suoi capelli bianchi, la camicia azzurra e il fumo che c’era nella stanza” – Feldenkrais fumava durante le lezioni – “e lui che mi sussurrava all’orecchio per calmarmi.”

Le sue due lauree sono di due grandi università: un master in studi giudaici del Vicino Oriente un master in lavoro sociale. Ha tuttoggi leggeri sintomi della sua ipoplasia cerebellare: fa un po’ di confusione con i numeri e quindi matematica e scienza sono difficili per lei. Ma d’altro canto a lei piace studiare ed è diventata una lettrice vorace – Shakespeare, Tolstoy e molto classici. Oggi è a capo di una piccola impresa ed è felicemente sposata. E, sì, ha ballato al suo matrimonio.

(traduzione non ufficiale da “The Brain’s Way of Healing” di Norman Doidge, M. D., dal capitolo V, paragrafo “A Girl Missing Part of Her Brain” a cura di Livia Negri

Il cervello cresce anche dopo i 50 anni, basta tenerlo attivo

“Il cervello continua a svilupparsi e a crescere anche dopo i cinquant’anni, basta tenerlo attivo e sollecitarlo con nuovi stimoli. Lo dimostra una ricerca dell’università di Amburgo e dell’Ospedale universitario di Jena, pubblicati sulla rivista «Journal of Neuroscience». L’esperimento ha coinvolto 44 adulti tra i 50 e i 67 anni, a cui e stato chiesto di imparare giochi di prestigio. Dopo tre mesi di prove, le regioni che si sono sviluppate giocando sono state l’ippocampo, area dell’apprendimento che puo’ produrre nuove cellule cerebrali, e il «nucleus accumbens’, l’area coinvolta nel piacere. Non solo: chi ha interrotto gli esercizi, ha subito una leggera diminuzione di ‘materia grigia». La stessa equipe aveva già realizzato un studio pubblicato da Nature e che dimostrava come, anche dopo i vent’anni, considerato il limite del processo di maturazione cerebrale, il cervello è in condizioni di continuare a crescere.” (corrieredellasera.it, 8 luglio 2010).
E’ su questi presupposti scientifici che si basa la pratica di MovimentoSano©, un’educazione neuromotoria che stimola la plasticità del cervello per migliorare lo stato di salute e le prestazioni su tutti i livelli (fisico, psicologico, emotivo) e per risolvere situazioni di dolore, problemi di natura posturale, stress, stanchezza cronica, traumi postoperatori ecc.
Le sofisticate strategie di movimento derivano dalle oltre 1000 lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento® elaborate dallo scienziato, ricercatore ed esperto di arti marziali Moshe Feldenkrais, fondatore dell’omonimo Metodo, una sintesi inusuale e geniale di biomeccanica, neurofisiologia, psicofisica, sviluppo motorio, scienze cognitive.
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