Feldenkrais, l’allenamento del cervello

Il cervello è costruito, per sua natura, per cambiare se stesso

Così il noto neuroscienziato Michael Merzenich. Questa qualità del cervello si chiama neuroplasticità. A ciò si aggiunga che

I neuroni che si accendono assieme, si legano, neurons which fire together wire together (Norman Doidge, “Le guarigioni del cervello”)

Questi due presupposti sono un vero “tesoro” da cui l’essere umano può attingere per il proprio benessere, perché ci dice che non siamo “fissati” una volta per tutte, ma che possiamo cambiare e migliorare le nostre funzioni, anche in caso di malattie, incidenti, limitazioni di diversa natura. Un’ottima notizia in termini di qualità della vita. Ci sono sempre più studi, ricerche e testimonianze (si veda lo stesso libro di Doidge) di come il cervello riesca a recuperare funzioni grazie alla sua plasticità, se ovviamente essa viene stimolata in modo corretto (un esempio eclatante in cui è stato usato il Metodo Feldenkrais è la storia di Elizabeth, “Nata senza una parte del cervello“). Per attingere a questo potenziale il cervello deve essere “allenato”, altrimenti non solo non si creano percorsi neuronali nuovi, ma si perdono anche quelli non utilizzati. Sempre in Doidge leggiamo che:

la neuroplasticità o la si usa o la si perde, (use it or loose it).

Ecco perché oggi il Metodo Feldenkrais, fondato a metà Novecento, si rivela all’avanguardia e proiettato al futuro. La fiducia che il suo fondatore aveva nel potenziale umano si rivela ben riposta, il punto sta nel risvegliarla e il Metodo è uno degli approcci in grado di farlo. Esso infatti si basa sul linguaggio del cervello, che è il movimento, e utilizza questo linguaggio – il movimento – per stimolare un apprendimento continuo, ossia nuovi percorsi neuronali. Con movimento non si intende il gesto in sé, ma il processo che lo forma, includendo in un insieme sensazione, emozione, pensiero, azione. Il punto infatti non è quello di imparare a eseguire i movimenti, ma di imparare ad apprenderli nel loro farsi, osservando e sperimentando un processo sempre migliorabile. E’ come una meditazione: si elimina la finalità del gesto, benché esso abbia un obiettivo, per rimanere nel processo, nel “momento per momento”, senza giudizio, aperti a più soluzioni e modalità, quindi a strade sempre nuove. Fissarsi sull’obiettivo fa perdere l’attenzione su un ricca fonte di informazioni che arrivano durante il processo. Noi non possiamo sapere in anticipo la strada che ci permetterà di realizzare gli obiettivi futuri, possiamo costruirla soltanto in ogni nostro “passo” . Rimanere nel processo significa avere obiettivi flessibili. La compulsione verso l’obiettivo programmato (nei tempi e nei modi) limita la nostra capacità di risolvere i problemi, perché ci rende poco sensibili e attenti, tenendoci in ansia e facendoci cadere facilmente in uno stato di frustrazione e di fallimento se il nostro obiettivo si allontana, se si frappongono ostacoli. Dirigere l’attenzione su obiettivi flessibili ci fa invece giungere a quello finale in modo più consapevole… tanto che potremmo addirittura accorgerci di volerlo cambiare, perché magari non ci interessa più. E’ la differenza tra essere chiusi e rigidi o aperti e flessibili ed è quanto richiesto nelle lezioni Feldenkrais per un apprendimento autentico, che viene dalla nostra esperienza e dalla nostra capacità di trovare soluzioni, anche attraverso errori e tentativi. Questo apprendimento mantiene il cervello attivo, “acceso”, attingendo alla sua plasticità per trarne vantaggio in termini di benessere psicofisico. Fondamentale a questo punto elencare i principi che permettono questo stato di “on” del cervello, fuori dagli automatismi che lo addormentano. Sono i principi che trasformano il movimento in strumento prezioso per ricablare il cervello.

1. L’attenzione

“Il movimento è vita, senza movimento non c’è vita” (Moshe Feldenkrais),

“niente accade fino a quando qualcosa non si muove” (Einstein).

Il movimento è il linguaggio del cervello, lo aiuta a crescere e a formarsi; al tempo stesso il cervello è l’organizzatore del movimento (un cervello senza corpo non potrebbe pensare. Il movimento è essenziale per mantenerci in salute (si pensi ai danni da vita sedentaria), ma non basta. Il movimento automatico non innesca nessun cambiamento, rafforza semplicemente i modelli già acquisiti (le cosiddette abitudini neuromotorie). Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che nell’automatismo non si registrano cambiamenti significativi nell’attività neuronale. Mentre invece se ci muoviamo con attenzione a ciò che sentiamo mentre ci muoviamo, si formano nuove connessioni sinaptiche: il cervello si accende con billioni di nuove connessioni neuronali, quelle che servono per l’apprendimento di nuove risposte di adattamento (nuovi percorsi neuronali).

2. La lentezza

Quando ti muovi in velocità puoi fare soltanto ciò che sai fare (Moshe Feldenkrais),

mentre se rallenti dai la possibilità al cervello di porre attenzione e osservare, quindi conoscere quello che fai realmente per poter scegliere con maggiore libertà:

Se sai quello che fai, puoi fare quello che vuoi (Moshe Feldenkrais).

La lentezza è il presupposto per uscire dagli automatismi nel modo di agire, di pensare, di parlare, di interagire. Permette di entrare a un livello più profondo della nostra vita, meno reattivo e meno automatico. Il pensiero lento (attivato nella corteccia cerebrale) è quello che ci caratterizza come esseri umani, quello della riflessione, dell’introspezione (interessante a tale proposito la lettura de “L’elogio della lentezza” di Lamberto Maffei, professore di neurobiologia alla Normale di Pisa).

3. Le differenze

Il sistema nervoso impara se può percepire le differenze, ma per sentirle ha bisogno che lo stimolo si abbassi. Proprio l’opposto a cui siamo abituati, nella richiesta continua di sforzarci di più per ottenere risultati (nelle attività fisiche così come in quelle intellettuali). Invece per superare il dolore e la limitazione un cervello ha bisogno di diminuire gli stimoli- E’ come abbassare il rumore in una stanza per sentire i suoni più sottili. La legge fisica di Weber-Fechner, utilizata da Moshe Feldenkrais nel suo metodo, descrive come abbassando lo stimolo si aumenta la sensibilità e si potenzia l’abilità del cervello di percepire le più piccole differenze e apprendere nuove risposte grazie a nuovi percorsi neuronali.

4. Le variazioni

Sono quelle che ci risparmiano dalla noia, fornendo carburante al cervello grazie alla ricchezza di stimoli e di informazioni. Il cervello si nutre di variazioni, tutto ciò che è ripetitivo non lo allena. Le variazioni inoltre ci salvano dalla rigidità, dal percorrere sempre le stesse strade scivolando in una vita con “il pilota automatico”. Le variazioni stimolano la curiosità, sale della vita e origine della creatività, ci permettono di giocare e di risvegliare i nostri sensi, sentirci più vitali e di aprirci a nuove idee.

Questi quattro principi, riconducibili a un movimento eseguito con attenzione, senza sforzo, a una velocità che ci permette di osservarci e percepire differenze tra le diverse modalità, oltre che giocato sulle variazioni per tenere deste curiosità ed entusiasmo, rappresentano il tipo di  movimento eseguito durante le lezioni Feldenkrais che si riflette in un atteggiamento – un modus vivendi – nel nostro quotidiano; per una vita piena, ricca di stimoli e di gratificazione anche nei gesti più semplici che non diventano mai banali. I nostri sensi sono aperti e ricettivi, ci sentiamo pienamente vitali e agiamo con entusiasmo, trasmettendolo a chi ci sta vicino. La vita si arricchisce di significato e ci sentiamo liberi di legittimare i nostri sogni, la nostra immaginazione, la configurazione di nuove possibilità. Pensiamo, sentiamo, sperimentiamo in ogni momento, tenendo desto il cervello, facendo circolare la nostra energia in un flusso. Anche le emozioni fluiscono, non si inceppano nelle tensioni muscolari. Si formano, ma possono sciogliersi con più facilità. E’ una trasformazione personale, attivata dal nucleo vitale che è il nostro sistema nervoso. Nessun altro metodo a oggi lavora con il movimento in questi termini come lo fa il Metodo Feldenkrais.

Focus! Come l’attenzione ti cambia la vita

Oggi la scienza vede cervello, corpo e ambiente come un insieme funzionale. Moshe Feldenkrais scriveva, a metà Novecento:

Una persona è fatta di tre entità: il sistema nervoso, che è il nucleo; il corpo, con lo scheletro, i visceri e i muscoli; l’ambiente. Questi tre aspetti danno un’immagine attiva dell’essere umano.” E anche: “L’unità della mente e del corpo è una realtà oggettiva. Non si tratta solo di parti in qualche modo collegate, ma di un tutto inseparabile al momento del funzionamento.” (da Mente e corpo).

Il corpo non è un abito che indossiamo, è la casa in cui viviamo. Il corpo siamo noi: nella sua unità funzionale con la mente, è la base del nostro sé, come afferma il neuroscienziato Antonio Damasio:

C’è un legame forte e permanente tra le zone del cervello che regolano il corpo e il corpo stesso….

Il corpo è la manifestazione concreta del nostro modo di agire nel mondo, di sentire, di pensare, di provare emozioni e sentimenti. Se non lo ascoltiamo non ci conosciamo e non ci riconosciamo, mentre quando ci riappropriamo del nostro corpo ci riappropriamo di noi stessi, in una consapevolezza incarnata, come scrive Lea Kaufmann, Feldenkrais Trainer, in “Apoderate de tu cuerpo”:

Quando la tua attenzione è focalizzata sul tuo corpo, questo, per se stesso, inizia a lavorare meglio. E la cosa meravigliosa è che i cambiamenti che senti si verificano nel tuo cervello

Ciò è possibile perché, contrariamente a quanto si è creduto per molto tempo, il cervello cambia continuamente e per tutta la vita, si formano sempre nuove connessioni e si modifica la struttura interna delle sinapsi esistenti. Si chiama neuroplasticità. Il mezzo per stimolare la neuroplasticità è l’attenzione, un’attenzione sensoriale, spazio per la consapevolezza e strumento per inviare nuove informazioni al cervello. Perché la neuroplasticità “o la si usa o la si perde”, come scrive lo psichiatra Norman Doidge in “Le guarigioni del cervello”. Sull’attenzione e il suo potere di trasformazione scrivono ormai in molti autori:

Daniel Goleman, psicologo e scrittore, in “Focus, perché fare attenzione ci rende migliori e più felici”

Quando rivolgiamo piena attenzione ai nostri sensi, il chiacchiericcio mentale di default si zittisce.

E ancora:

Mentre la mente sta vagando, i nostri sistemi sensoriali si spengono e, al contrario, quando ci concentriamo sul qui e ora si indeboliscono i circuiti neurali responsabili del vagare della mente.

Jon Kabat-Zinn, fondatore della clinica dello stress in Massachusets, in “Vivere momento per momento”

La consapevolezza è essenzialmente attenzione.. è come risvegliarsi dall’abitudine di agire meccanicamente, inconsapevolmente.

Si tratta di un’osservazione neutra, senza nessuna intenzione di giudicare, cambiare o correggere, perché si tratta di imparare a riconnettersi con il corpo, ad ascoltare, riconoscere, accogliere i segnali biologici interni (interocezione), a percepire il corpo nei rapporti gravitazionali e spaziali (propriocezione e cinestesi), a riorientarsi nel proprio ambiente per interagire e sentirsi vivi e dinamici nel “qui e ora”. Per allenarti a questa connessione con il corpo (con il sé), puoi iniziare a eseguire giochi neurosensoriali e neuromotori basati sui principi del Metodo Feldenkrais (prova con questo audio). Stimolano la neuroplasticità e, di conseguenza, la flessibilità mentale, le abilità cognitive e mnemoniche, la creatività:

Quello che mi interessa non sono corpi flessibili, ma menti flessibili (M. Feldenkrais)

Feldenkrais e la strategia delle variazioni

Perché in una lezione di gruppo (Consapevolezza Attraverso il Movimento), così come in una seduta individuale (Integrazione Funzionale) del Metodo Feldenkrais si viene invitati a movimenti inusuali? Ossia in combinazioni diverse dalle abitudini? Ad esempio muovere prima occhi e testa nella stessa direzione e poi in direzioni opposte oppure intrecciare le dita delle mani o dei piedi nel modo abituale e poi scalando le dita così da provare un nuovo intreccio; e ancora, vincolare la testa per muoversi attorno ad essa come perno oppure cambiare il respiro, il ritmo, la velocità, fino a sperimentazioni più complesse, in cui ci si trova in originali orientamenti e configurazioni di braccia e gambe rispetto al tronco o al bacino. Una cosa è certa: la non familiarità accende la nostra curiosità, ci allontana dall’obiettivo del movimento, incollando la nostra attenzione sul processo, dandoci la possibilità di esplorare e conoscere il modo abituale di muoverci, riconoscerne i limiti, gli sforzi inutili e tutto il non necessario a compierla e che anzi la ostacola. Ma ha anche il pregio di creare variazioni, che sono utili al cervello per l’apprendimento. Per ottenere il corretto uso della muscolatura occorrono le necessarie connessioni cerebrali e per ottenere queste connessioni occorrono strategie specifiche, una della quali è la varietà di esperienze. Se rimaniamo nel conosciuto percorriamo, anche a livello neuronale, le stesse strade. Se esploriamo modi diversi ne apriamo di nuove. Il movimento abituale non invia nuove informazioni al cervello. Nel movimento abituale si agisce in automatico. Il che è molto utile: pensa se dovessi ogni volta reimparare a guidare l’auto, ripercorrendo tutto il processo dell’azione! L’abitudine è dunque utile, ma può allo stesso tempo diventare un limite all’apprendimento e al miglioramento di una funzione. Se vuoi trovare il modo più efficace di compiere un’azione, hai bisogno di creare nuovi stimoli sensorimotori che vengono elaborati dal cervello con nuove connessioni neuronali. Si attinge così alla neuroplasticità – la modificabilità del cervello – che in altre occasioni ho chiamato il superpotere dell’essere umano. Quando si stimolano nuovi percorsi neuronali si creano e poi si rafforzano nuove strade, secondo la legge detta dagli neuroscienziati neurons which fire together wire together. E’ per questo che nel Metodo Feldenkrais non esiste il concetto di esercizio inteso come ripetizione automatica. Se vogliamo parlare di esercizio, questo va inteso sempre come un’esplorazione con l’attenzione che si sposta sulle diverse componenti dell’azione, variandole. Il movimento, infatti, nel Metodo Feldenkrais non è mai eseguito per il movimento fine a se stesso, bensì per produrre un miglioramento nel sistema nervoso, cabina di comando del movimento.

Le variazioni sono alla base del programma SmartFitness che ho elaborato per migliorare le prestazioni artistiche e sportive.

Neuroplasticità e Metodo Feldenkrais

Descrivendo il Metodo Feldenkrais e ho citato spesso la neuroplasticità, un termine ancora poco conosciuto, ma di cui si sente sempre più spesso parlare. La neuroplasticità è, in altre parole, la plasticità del cervello, la sua “modellabilità”. Per molto tempo si è pensato che il cervello fosse plastico soltanto fino all’adolescenza e che poi si stabilizzasse e anzi, deperisse. Alcuni pensatori e scienziati del Novecento, fra cui Moshe Feldenkrais, hanno intuito che la plasticità dura per tutta la vita; studi e ricerche neuroscientifici più recenti lo hanno confermato e stanno a tuttoggi aprendo nuovi scenari nei campi dell’apprendimento, delle abilità fisiche, della medicina. La plasticità è la risposta del sistema nervoso  – il nostro nucleo vitale – nella continua interazione con l’ambiente, laddove ambiente è tutto: i suoni, gli abbracci, il cibo, le superfici di contatto, perfino le malattie. Lo sviluppo del cervello e la quantità di connessioni sinaptiche dipende infatti dagli stimoli provenienti dall’ambiente, quello esterno e quello interno. Va da sé che maggiori saranno gli stimoli sensoriali, maggiori saranno le connessioni mentre, al contrario, la diminuzione o l’assenza di stimoli provocheranno una diminuzione delle sinapsi. Possiamo immaginare il cervello come una rete di strade che si illuminano ogni volta che pensiamo, sentiamo, agiamo. Le strade più luminose – più attive – sono quelle che usiamo di più e corrispondono alle nostre abitudini. Quelle abitudini che ci permettono di agire nel mondo senza dover ogni volta pensare a tutte le componenti dei nostri gesti, come sedersi, alzarsi, camminare, guidare, andare in bicicletta ecc., ma che possono limitarci nell’apprendimento di nuove funzioni o  nel miglioramento delle stesse. Fornire nuovi stimoli, attraverso variazioni ed esperienze, con un’attenzione che permette l’osservazione e la riflessione, ci permette di accendere nuove strade, poiché “Neurons which fire together wire together” (Donald O. Hebb, 1949), cioè i neuroni che scaricano assieme si potenziano reciprocamente. Nel nostro agire quotidiano, ciò significa essere capaci di elaborare nuove – e più adeguate – risposte all’ambiente e alle circostanze, con incremento di flessibilità, abilità, resilienza, creatività e quindi anche benessere integrato e salute. Come scrive il neurobiologo Lamberto Maffei  in “Elogio della lentezza”:

La plasticità è la democrazia del cervello, nel senso della possibilità e del desiderio di cambiare.

Questa possibilità di cambiare è la possibilità di evolvere grazie a un apprendimento continuo, inteso non in senso accademico (acquisizione di nozioni) bensì organico (rielaborazione delle informazioni). Gli scienziati parlano di “ricablaggio” del cervello, o “rimappatura”.  Quelle che oggi sono le scoperte neuroscientifiche più all’avanguardia erano le geniali intuizioni del dottor Moshe Feldenkrais mentre elaborava il suo metodo di rieducazione neuromuscolare, finalizzato a “educare attivamente il cervello ad apprendere nuove risposte, per ottenere un cambiamento dinamico del comportamento” (“Le basi del Metodo per la consapevolezza dei processi psicomotori”).

Non miglioro il cervello, ne miglioro l’uso

“Quando comincio a lavorare con qualcuno non mi passa mai per la testa che non funzionerà perché la cosa in cui io ho un assoluta fiducia, più di qualsiasi altra cosa, è … la perfezione del cervello umano. Alcuni giorni fa un medico mi ha intervistato e mi ha chiesto: “Cosa fai con le persone? Tu… migliori il loro cervello?” Ed io ho pensato che fosse un’idea alquanto ridicola. Se Dio o l’evoluzione non migliorano il nostro cervello…, non ho trovato mai nessuno che abbia detto che il nostro cervello non sia abbastanza buono. E, ovviamente, forse si evolverà ancora, diventerà migliore… ma io non miglioro cervelli. Ne miglioro il funzionamento, miglioro l’uso del cervello, questo si, ma… migliorare il cervello? Chi può migliorare il cervello? Chi avrebbe il coraggio di pensare che può migliorare la creazione più meravigliosa che c’è sulla terra? Quindi non potete migliorarlo, ma potrete trovare persone che possono apprendere, cambiare il modo che hanno di usare il loro cervello.” Così Moshe Feldenkrais, nell’agosto 1981, durante il training che conduceva ad Amherst, nel Massachusetts. Circa trent’anni dopo la neuroscienza scopre che, contrariamente a ciò che si pensava, il cervello ha l’abilità di modificarsi durante l’intero arco della nostra vita e può recuperare funzioni apparentemente perdute. Questa abilità si chiama neuroplasticità e significa nuove connessioni neuronali, aumento delle sinapsi e generazione di nuove cellule (anche in età adulta!). Un presupposto che ci porta a un passaggio concettuale dell’essere umano da sistema biomeccanico a sistema intelligente, per la precisione un sistema di intelligenza integrato cervello-corpo, in cui il corpo può insegnare alla mente. E questo significa ottenere cambiamenti radicali ed efficaci nel tempo, in quanto individuali, concreti, tangibili, autentici. I vantaggi? Puoi uscire dall’automatismo che spesso porta alla malattia e all’infelicità (dolori cronici, stanchezza, tensioni, insonnia, insofferenza…) o che non ti permette di attingere a tutte le tue risorse (capacità intellettive, artistiche, atletiche ecc.) scoprendo nuovi modi di agire, più efficaci, più comodi, più armoniosi. Le tensioni muscolari, infatti, non soltanto ci limitano nei movimenti, ma ci estraniano anche dalle sensazioni. Per allentarle, devono essere innanzitutto riconosciute, mentre il più delle volte ne siamo inconsapevoli e continuiamo ad agire in automatico, ostacolandoci senza nemmeno rendercene conto, per poi dare la colpa o la responsabilità ad altro (il lavoro, le relazioni familiari, la convinzione di non essere capaci ecc.). Ma se diventiamo consapevoli di ciò che facciamo realmente, e non di ciò che pensiamo di fare, possiamo vivere il qui e ora con affinata sensibilità per i nostri pensieri e stati d’animo, i desideri e i sogni, con effetti “a cascata” su tutte le scelte del quotidiano.

 

 

Nata senza una parte del cervello, oggi Elizabeth è laureata e sposata grazie al Metodo Feldenkrais

“Ballerà al suo matrimonio”, disse Moshe Feldenkrais di una bambina a cui mancava una parte del cervello che i medici avevano condannato con una tremenda diagnosi. E così fu. Lo racconta nel suo bestseller “The Brain’s Way of Healing” il neuroscienziato Norman Doidge. In attesa che questo prezioso libro sia pubblicato nella versione italiana, ho tradotto il paragrafo relativo a questo straordinario racconto, a dimostrazione del potere della neuroplasticità (abilità del cervello di modificarsi) e delle potenzialità umane n termini di salute, benessere, felicità in qualsiasi condizione un individuo si trovi. E’ un racconto toccante, commovente, emozionante, che ci riempe di speranza.

Dal libro “The Brain’s Way of Helaing”, Norman Doidge:

L’approccio di Feldenkrais può cambiare radicalmente la vita anche di persone nate senza  parti importanti del cervello, facilitando la differenziazione nelle restanti aree del cervello. Elizabeth, che ho intervistato, era nata senza un terzo del cervelletto, una parte del cervello che aiuta a coordinare e a controllare la sincronizzazione del movimento, il pensiero, l’equilibrio e l’attenzione. Senza cervelletto una persona ha difficoltà nel controllare tutte queste funzioni mentali. Il cervelletto è all’incirca delle dimensioni di una pesca ed è nascosto sotto gli emisferi cerebrali, verso il retro del cervello. Benché occupi soltanto un 10% circa del volume del cervello, contiene quasi l’80% dei neuroni cerebrali. Il nome tecnico per la condizione di Elizabeth è “ipoplasia cerebellare” e ai tempi di Feldenkrais non era conosciuta alcuna terapia che potesse cambiare il corso della malattia.

Quando Elizabeth era nell’utero, sua madre si era accorta che poteva esserci qualche problema, perché la bambina si muoveva poco. Quando Elizabeth nacque, non muoveva gli occhi, che tremolavano soltanto e non erano correttamente allineati. A un mese, raramente seguivano un oggetto. I suoi genitori erano spaventati dal fatto che la bambina potesse non essere normale. Quando crebbe, fu chiaro che ella aveva un problema di tensione muscolare. A volte era molto floscia, a indicare una debole tensione muscolare, altre volte la tensione era eccessiva e i suoi movimenti risultavano spastici, non volontari e non esplorativi. Fu sottoposta a tradizionali trattamenti di fisioterapia e di terapia occupazionale, che erano molto dolorosi per lei.

Quando Elizabeth ebbe quattro mesi, il direttore neurologo pediatrico del principale centro medico della città in cui viveva la famiglia eseguì un test dell’attività elettrica del suo cervello. Egli disse ai genitori di Elizabeth che “il suo cervello non si era più sviluppato dalla nascita in poi e che non c’era alcuna ragione per pensare che potesse svilupparsi in futuro.” La maggior parte di questi bambini mostrano deficit persistenti e allora (Anni 70) si credeva che il cervelletto avesse una plasticità limitata. Il medico disse inoltre loro che la condizione di Elizabeth era simile a quella della paralisi cerebrale e la sua previsione fu che non sarebbe mai stata in grado di stare nella posizione seduta, che sarebbe stata incontinente e che avrebbero dovuto affidarla a un istituto. Sua madre, quando l’ho intervistata, si è ricordata che egli disse “Il meglio che possiamo sperare è che si tratti di una condizione di profondo ritardo.” I medici di Elizabeth stavano descrivendo quella che era la loro esperienza con bambini simili, i quali avevano ricevuto trattamenti convenzionali, gli unici che essi conoscevano. Nonostante queste notizie, i suoi genitori non abbandonarono la ricerca di terapie alternative e di aiuto. Un giorno un amico, un chirurgo ortopedico che era venuto a conoscenza del lavoro di Feldenkrais, disse loro “Questo tipo può fare cose che nessun altro riesce a fare.” Quando essi seppero che Feldenkrais stava arrivando da Israele in una città vicino alla loro per insegnare a professionisti – una delle sue attività principali negli Anni 70 – gli chiesero un appuntamento.

Quando Feldenkrais incontrò Elizabeth per la prima volta, lei aveva 13 mesi e non era in grado di strisciare né di gattonare (lo strisciare precede il gattonare e significa avanzare sulla pancia). Ella era in grado di eseguire un solo movimento volontario: rotolare su un lato. Alla sua prima lezione di integrazione funzionale, non riusciva a smettere di piangere. La bambina aveva avuto numerose sessioni con terapisti che cercavano di farle fare cose per le quali non era pronta. Molti terapisti avevano insistito nel cercare di farla stare seduta, fallendo. Quando i corpi dei bambini sono spastici, questi movimenti sono per loro molto dolorosi, fino a farli piangere.

Secondo Feldenkrais, questi tentativi di scavalcare le tappe dello sviluppo sono un grave errore, perché nessuno ha mai imparato a camminare camminando. Occorre che siano assorbite altre capacità perché un bambino sia in grado di camminare – capacità alle quali un adulto non pensa e che non ricorda di aver imparato a sua volta, come l’abilità di inarcare la schiena e sollevare la testa. Solo quando tutti i tasselli sono al loro posto, un bambino può imparare a camminare spontaneamente. Feldenkrais si accorse che Elizabeth non riusciva a stare sdraiata comodamente sulla pancia e che quando era sulla pancia non riusciva ad alzare la testa.

Egli notò che il suo lato sinistro era in uno stato di spasmo totale, irrigidendo i suoi arti. Il suo collo era molto rigido, provocandole dolore. Il fatto che l’intero lato sinistro era spastico indicava che la sua mappa cerebrale relativa a quel lato era indifferenziata, anziché essere composta dalle centinaia di aree che l’avrebbero messa in grado di elaborare differenti tipi di movimento. Feldenkrais la toccò, con grande delicatezza, sul tallone d’Achille e comunque per lei era un tale tormento che egli capì che la prima cosa da fare era di risolvere questo dolore: doveva mettere il cervello in condizioni di poter apprendere.

“Dopo che Moshe la esaminò,” ha ricordato il padre, “mi disse: ‘la bambina ha un problema e posso aiutarla.’ Mi apparve sicuro. Mia moglie gli chiese di spiegarsi e lui iniziò a portare il piede di nostra figlia verso la caviglia e a piegarlo indietro e, prendendo le mie dita per appoggiarle sul tallone d’Achille, disse ‘Non può strisciare perché ha dolore se piega la gamba. Se ammorbidiamo questo punto, vedrà che potrà piegare la gamba. E quando faremo questo – ammorbidire i muscoli – l’intero suo comportamento cambierà.’ Presto Elizabeth fu in grado di gattonare. La volta successiva in cui Feldenkrais la vide, con lui c’era una delle sue giovani allieve, Anat Baniel, una psicologa clinica e figlia del suo intimo amico Avraham. Feldenkrais chiese a Baniel di tenere Elizabeth durante la lezione. Lui la toccava gentilmente per insegnarle a differenziare semplici movimenti. Elizabeth si faceva attenta, era coinvolta e felice. Feldenkrais delicatamente teneva la sua testa e la spingeva su e avanti, molto lentamente e con gentilezza, in modo da allungare la sua colonna. Di norma questo movimento provoca un naturale arco nella schiena, facendo ruotare in avanti il bacino – una reazione che accade normalmente quando una persona è in piedi. Lavorando con bambini affetti da paralisi cerebrale e altri non in grado di camminare, egli usava spesso questa tecnica per coinvolgere il bacino e farlo ruotare di riflesso. Ma quando provò con Elizabeth, Baniel non sentì alcun movimento. Il bacino della bambina era inerte. Allora Baniel decise che, mentre Feldenkrais tirava dalla testa, lei avrebbe gentilmente fatto ruotare il bacino di Elizabeth. All’improvviso ci fu movimento nella colonna e nel corpo spastico, chiuso e inerte di Elizabeth ed essi continuarono gentilmente a muovere la sua colonna più volte; dopodiché, provarono sottili variazioni del movimento. Alla fine della sessione, Baniel riportò Elizabeth da suo padre. Di solito, una volta fra le braccia del padre, la bambina si afflosciava su di lui, non avendo la capacità di controllare la testa. Ma questa volta lei inarcò la schiena, portò indietro la testa e poi si portò avanti più volte, posizionandosi di fronte al padre. I sottili movimenti che Feldenkrais e Baniel avevano fatto, avevano risvegliato l’idea di questi movimenti nel cervello di Elizabeth, dove si erano instaurati. Ora Elizabeth era in grado di muovere i grandi muscoli della colonna e della schiena in modo volontario, con un senso di piacere.

C’era ancora molto di cui preoccuparsi: Elizabeth era profondamente disabile e portava il carico di una diagnosi tremenda. Feldenkrais vedeva che i suoi genitori erano chiaramente preoccupati per il suo futuro. In genere in tali casi egli non era di molte parole. Ma Feldenkrais non giudicava il cervello di un bambino nello stadio evolutivo in cui il bambino si trovava, bensì dalla possibilità di apprendimento del bambino una volta dati gli stimoli appropriati per quello stadio e quella volta si pronunciò: “E’ una bambina intelligente,” disse, “ballerà al suo matrimonio.”

Feldenkrais ritornò in Israele. Negli anni successivi i genitori di Elizabeth fecero di tutto per portargliela ogni volta che fosse possibile. Gliela portarono in stanze d’albergo quando egli veniva negli Stati Uniti o in Canada e andarono in Israele tre volte per incontri giornalieri nello studio di Feldenkrais per due o quattro settimane consecutive. Quando Feldenkrais compì 77 anni, si ammalò mentre si trovava in una cittadina svizzera.  Perse conoscenza e i medici scoprirono che aveva un’emorragia cerebrale. [….]

Alla fine dei suoi 70 anni e ammalato, egli si occupò sempre di più dei bambini che gli arrivavano da Baniel. Baniel via via si prese cura di Elizabeth, volando da lei per periodi di tre settimane, dandole lezioni quotidiane. Elizabeth la vide a intermittenza per anni e i suoi progressi si velocizzarono.

Oggi Elizabeth ha trent’anni e ha due lauree. E’ piccola e ha una voce dolce. Cammina e si muove con tale facilità che per un osservatore è impossibile pensare che un giorno le era stato diagnosticata l’immobilità per tutta la vita in un istituto, affetta da grave ritardo mentale. “Moshe,” mi ha raccontato Elizabeth, “disse a mio padre che quando avrei avuto 18 anni nessuno avrebbe potuto immaginare quello che era successo.” Lei ricorda piccoli flash delle visite in Israele, “mi ricordo Moshe, i suoi capelli bianchi, la camicia azzurra e il fumo che c’era nella stanza” – Feldenkrais fumava durante le lezioni – “e lui che mi sussurrava all’orecchio per calmarmi.”

Le sue due lauree sono di due grandi università: un master in studi giudaici del Vicino Oriente un master in lavoro sociale. Ha tuttoggi leggeri sintomi della sua ipoplasia cerebellare: fa un po’ di confusione con i numeri e quindi matematica e scienza sono difficili per lei. Ma d’altro canto a lei piace studiare ed è diventata una lettrice vorace – Shakespeare, Tolstoy e molto classici. Oggi è a capo di una piccola impresa ed è felicemente sposata. E, sì, ha ballato al suo matrimonio.

(traduzione non ufficiale da “The Brain’s Way of Healing” di Norman Doidge, M. D., dal capitolo V, paragrafo “A Girl Missing Part of Her Brain” a cura di Livia Negri

Cambia il tuo cervello e cambierai la tua vita

Tutti abbiamo la possibilità di costruire un cervello migliore e avere di conseguenza una vita migliore. Come? Innanzitutto devi sapere che il tuo cervello crea la tua realtà, in quanto è il cervello a dare un significato al mondo e ai suoi avvenimenti. Il mondo non è altro che l’interpretazione individuale del cervello dei segnali che esso riceve mentre interagisce con l’ambiente. Nel momento in cui interpreta gli stimoli in entrata, il tuo cervello aggiunge memorie, convinzioni, esperienze e abitudini su di te, sugli altri, sull’ambiente familiare, religioso, scolastico, sociale, culturale, professionale ecc. Si tratta di memorie implicite che sono sotto il livello di consapevolezza e che influenzano il tuo modo di interagire con il mondo (il tuo modo di pensare, il tuo modo di relazionarti ecc.). Ecco dunque che ogni esperienza è il prodotto dell’interpretazione soggettiva del nostro cervello agli stimoli. Ma tutto questo non è definito una volta per tutte, poiché il cervello è plastico: modificabile, malleabile, adattabile. In ogni momento della tua vita stai plasmando il tuo cervello, sia attraverso gli elementi di cui sei consapevole – vista, rumori, pensieri, sensazioni, emozioni – sia tramite quelli di cui non sei consapevole, ossia tutti i processi fisici e mentali inconsci. Dato che niente è strutturato in modo rigido, una persona può modificare il suo comportamento e di conseguenza modificare il suo cervello, rinforzando i nuovi modelli. Puoi aiutare il tuo cervello a modificare i propri schemi cambiando qualche abitudine nel tuo stil e di vita, ad esempio inserendo qualche sana novità della tua alimentazione. Basta poco, basta che ci sia costanza e quello che all’inizio è inusuale, a volte anche poco apprezzato, diventa familiare e piacevole. Senza cambiamenti radicali, ma a piccoli passi. Lo stesso puoi fare in altri ambiti: cercare le condizioni per un buon ritmo sonno-veglia, alimentare relazioni positive, coltivare un hobby o una passione.

Il cervello cresce anche dopo i 50 anni, basta tenerlo attivo

“Il cervello continua a svilupparsi e a crescere anche dopo i cinquant’anni, basta tenerlo attivo e sollecitarlo con nuovi stimoli. Lo dimostra una ricerca dell’università di Amburgo e dell’Ospedale universitario di Jena, pubblicati sulla rivista «Journal of Neuroscience». L’esperimento ha coinvolto 44 adulti tra i 50 e i 67 anni, a cui e stato chiesto di imparare giochi di prestigio. Dopo tre mesi di prove, le regioni che si sono sviluppate giocando sono state l’ippocampo, area dell’apprendimento che puo’ produrre nuove cellule cerebrali, e il «nucleus accumbens’, l’area coinvolta nel piacere. Non solo: chi ha interrotto gli esercizi, ha subito una leggera diminuzione di ‘materia grigia». La stessa equipe aveva già realizzato un studio pubblicato da Nature e che dimostrava come, anche dopo i vent’anni, considerato il limite del processo di maturazione cerebrale, il cervello è in condizioni di continuare a crescere.” (corrieredellasera.it, 8 luglio 2010).
E’ su questi presupposti scientifici che si basa la pratica di MovimentoSano©, un’educazione neuromotoria che stimola la plasticità del cervello per migliorare lo stato di salute e le prestazioni su tutti i livelli (fisico, psicologico, emotivo) e per risolvere situazioni di dolore, problemi di natura posturale, stress, stanchezza cronica, traumi postoperatori ecc.
Le sofisticate strategie di movimento derivano dalle oltre 1000 lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento® elaborate dallo scienziato, ricercatore ed esperto di arti marziali Moshe Feldenkrais, fondatore dell’omonimo Metodo, una sintesi inusuale e geniale di biomeccanica, neurofisiologia, psicofisica, sviluppo motorio, scienze cognitive.
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